23 Marzo 2017 – Latte sardo, guerra tra i poveri

Il concetto di disintermediazione si è imposto alle cronache una quarantina di anni fa sotto lo stimolo di una superficiale ideologia secondo la quale qualsiasi intermediario (ad esempio un importatore o un distributore) era, di fatto, uno sfruttatore perché lucrava sul lavoro e sul prezzo riconosciuto al produttore (ad esempio all’agricoltore). In realtà, in economia, un intermediario può esistere solo se porta un valore aggiunto, altrimenti è presto espulso – perché pagare un intermediario, se ne posso fare a meno? Come in tutte le leggi di mercato, sottoposte non a un’intelligenza artificiale ma all’umana natura, le distorsioni sono comunque all’ordine del giorno e provocano sbilanciamenti e ingiustizie crescenti. Se il produttore non ha la possibilità di ‘saltare’ uno o più anelli della catena di distribuzione; se l’intermediario agisce in regime monopolistico o protetto; se la filiera è inefficiente e disorganizzata; allora è facile che i difetti si ribaltino sul nodo debole, il produttore, strozzandolo. E’ il caso lampante del latte sardo. Non valgono in questo caso le grida ideologiche né l’appello alla solidarietà o a una legge forzosa, ma una decisa ristrutturazione di tutta la catena seguendo appunto il concetto della disintermediazione. Quest’ultima è un processo e un metodo oggi particolarmente favoriti dalla tecnologia (si chiama uberizzazione, da Uber). Come ogni giorno migliaia di esempi dimostrano (possiamo citare Amazon e Alibaba), la reingegnerizzazione della catena consente un deciso passo in avanti in termini di efficienza ed equilibrio, purché il fenomeno sia compreso e dominato, e non subito. Avendo ormai a disposizione non solo piattaforme sovranazionali, ma anche possibilità di sviluppo di piattaforme proprie senza investimenti inarrivabili (soprattutto nel canale B2B, business to business, il produttore di latte verso il produttore di formaggio, per esempio), la messa a regime d’infrastrutture e marketing online è diventata molto più abbordabile, e il ritorno rapido in funzione del salto degli intermediari – purché il prodotto sia buono e richiesto. E’ chiaro che la RAS dovrebbe indirizzare sforzi e fondi proprio alla creazione di queste piattaforme e all’apertura dei relativi contatti. Purtroppo, essendosi accorta solo a fine 2016 del commercio on-line, non è facile immaginare che la Regione cambi rotta rapidamente. Rimane dunque la lotta tra i poveri, di cui siamo specialisti.

6 Aprile 2017 – Sardegna debole nel mercato globale

Nel 2016, l’export sardo è calato dell’11% in valore, un dato drammaticamente recessivo. L’export agroalimentare si è ridotto in un anno del 7% e quello verso l’America del 13%. Marginale il contributo di Africa, America Latina, Medio Oriente e Asia (meno del 3% delle esportazioni isolane). Dal report CNA Sardegna: “La caduta dell’export sardo è un pessimo segnale per l’economia isolana. Fatichiamo sempre più a reggere la sfida dei mercati globalizzati e a contrastare il processo di desertificazione produttiva in atto. La netta frenata dell’export agroalimentare, dovuta allo stop della domanda statunitense, che rappresenta il 56% della domanda mondiale di prodotti alimentari sardi, deve far riflettere sulla necessità di diversificare offerta e prospettive, sostenendo le imprese isolane nei processi di apertura a nuovi mercati”. Da notare che nel 2013 il valore dell’export sardo era calato del 15,8%; nel 2014 era calato del 13,6% mentre nel 2105 si era registrato un piccolo aumento. Fatto 100 il valore dell’export sardo nel 2012, a fine 2016 esso si è ridotto a 68. In quattro anni, il valore dell’export sardo si è dunque contratto di circa un terzo. Sono dati spaventosi che, uniti a quelli della disoccupazione, disegnano un vero e proprio scenario post o pre-bellico, non saprei. E’ vero che la parte del leone la fa l’industria petrolchimica, che pesa oltre l’80% dell’export, ma altrettanto vero è che tutti i settori stanno soffrendo, anche l’agroalimentare, e che una ripresa dei prezzi dell’energia non avrebbe influenza che su un numero limitato di famiglie sarde, essendo il petrolchimico un settore a bassa richiesta di manodopera.

Il quadro è dunque a tinte fosche e, non avendo la Sardegna investito in infrastrutture efficienti, in formazione aggiornata e in ricerca e sviluppo, e non essendoci una classe politico-dirigenziale adeguata, la situazione appare disperata. Un ulteriore elemento a sfavore è la nostra abitudine di non mangiare rane, nonostante centinaia d’anni di colonizzazione piemontese. Non perché questo povero pasto possa ovviare alla crisi imminente, ma perché le rane ci avrebbero insegnato che, per cucinarle, basta immergerle nell’acqua fredda e aumentare pian piano la temperatura. Così si lasciano bollire senza protestare, senza agitarsi. Basta ogni tanto rassicurarle in sardo: abarrae serènas.

15 Aprile 2017 – Nuoro che vive solo di briciole

Se fossi di Cagliari, io quelli di Nuoro li tratterei con falso rispetto. Hanno la testa rivolta all’indietro, al passato che neanche conoscono, pesano le parole altrui come fossero verità rivelate e s’illudono con un niente. Basta far loro una piccola promessa che accontenti il loro amor proprio e salvaguardi la loro utopistica balentia, e ripartono contenti come bimbi.

Io, se fossi di Cagliari, li accoglierei tutti a braccia aperte, i politici nuoresi, con un caffè, un bicchiere di vino, qualche soldo subito e tanti radiosi progetti: da Ottobre, vedrete, tutto cambierà; dal 2018 le zone dell’interno…; nel prossimo piano inseriremo… Il tono è importante perché loro vivono ancora nel mito della parola e sopportano male il contradditorio (sono permalosi), ma ancor più importanti, davvero, sono gli spiccioli. Sono abituati a chiedere e ad avere qualcosa. 35 mila, 62 mila euro, cose così che vadano a riempire la bocca dei soliti noti, dei professionisti della tradizione (novecentesca; la Storia non la frequentano tanto), degli amici. Pochi finanziamenti a goccia e, con nonchalance, si possono imporre nomine che con Nuoro hanno niente a che fare, si possono delocalizzare enti e uffici, si può impoverire l’humus di cui vivono: stipendi e pensioni.

Io, se fossi di Cagliari, non mi preoccuperei molto. Tanto i nuoresi continuano a venir qui a frotte a chiedere, ognuno parlando male dell’altro, desiderosi solo di assicurarsi un posto più sicuro – Nuoro non può essere che un trampolino d’incerto equilibrio. Infatti, hanno distrutto il loro mito, persino i loro simboli: il carcere, il comune, il mercato, i quartieri storici… Hanno vilipeso e preso a calci non solo i loro artisti, ma anche i talenti che vi si sono affacciati, Sciola, Maria Lai, ecc. Non hanno mai compreso i tesori di cui sono circondati, sono incapaci di valorizzare qualsiasi dono, dall’Ortobene in avanti. Solamente i nuoresi, a pensarci, potevano seppellire il loro premio Nobel in un umido fossato (perché il sarcofago della Solitudine era fuori misura!) e dimenticarsene per decenni. Perché passano il tempo a combattersi tra loro, senza più orgoglio storico ma con aggiornata cattiveria – e sono contenti così.

Io, se fossi di Cagliari, chiuderei il recinto e butterei la chiave. Sempre con rispetto.

22 Aprile 2017 – Nella voragine del debito pubblico

Gli scienziati e gli psicologi conoscono bene la tendenza a pensare che tutto andrà bene anche quando si è chiaramente in pericolo – la chiamano polarizzazione della normalità. Come indica il nome, la maggioranza delle persone è portata a rimuovere il caso eccezionale di sciagura imminente, a rifiutarlo, e a considerare la possibilità di non far niente come paritetica o addirittura migliore – in termini di probabilità di sopravvivenza – rispetto a quella di muoversi, di fuggire, di fare qualcosa insomma per cercare di salvarsi. Non c’è dunque da stupirsi se, di molti disastri, l’analisi successiva abbia dimostrato che molte persone sono rimaste ferme nonostante il cinema, o l’areo o il bus bruciassero, oppure l’acqua di un’alluvione aumentasse, oppure ancora la nave affondasse. E’ così: il nostro cervello tende a rimuovere che l’uscita di emergenza debba essere raggiunta il più presto possibile, perché rifiuta l’idea che un’emergenza capiti proprio a noi. Eppure qualcuno si è posto il problema, ha immaginato un’evenienza e disegnato una via di fuga da tentare. Un percorso di sopravvivenza non certo, ma senza dubbio migliore dello stare seduti ad aspettare.

Se volete toccare con mano la polarizzazione della normalità, consiglio di guardare il contatore istantaneo del nostro debito pubblico, ad esempio su italiaora.org: impressionante. Mentre scrivo (ma il numero aumenta velocissimo) è 2.389.714.770.384. Osservate anche la crescita istantanea delle spese per interessi (seconda voce italiana dopo la sanità) e per la politica. Peccato manchi la disponibilità liquida del Tesoro, che cala di circa 20 miliardi l’anno e ormai al lumicino.

Questo è il film di una nave che corre verso gli scogli, ma noi ci stiamo allarmando? Abbiamo ipotizzato un’uscita di emergenza o un piano a livello italiano, regionale e poi locale? Sappiamo cosa potrebbe succedere nel caso si diffonda la sensazione che non si riesca a ripagare i debiti? Da una parte la meravigliosa primavera ci distrae, confortandoci: è mai possibile un default in un posto tanto bello, con gli amici fuori a bere birra, con un sole così? Dall’altra il teatro dell’assurdo va avanti con le lotte di bassa politica, i proclami, il partito della spesa che continua a mordere senza tregua. Gli stati collassano così, inavvertitamente (e alcuni pescecani ci guadagnano): 2.389.723…

30 Aprile 2017 – La prevalenza dei maschi cretini

A Milano, c’era la notte della pubblicità o un nome simile: si andava al cinema il pomeriggio muniti di cibo e beveraggi e si stava sino all’alba del giorno dopo a gustare film pubblicitari provenienti da tutto il mondo. Le tecniche del marketing e il divertimento lasciavano presto spazio alle riflessioni sociologiche e antropologiche. Era facile notare i diversi messaggi, i bisogni espressi, il portato di ciascuna cultura, il differente grado di sofisticazione dei consumatori, ecc. La pubblicità è un grande specchio e una delle cose che essa riflette meglio (perché generalmente si adegua alla realtà e ne segue l’onda) è l’idea dominante, il mostro che si impadronisce dei nostri cervelli conformandoli e omogeneizzandoli. In questo momento storico, l’idea più scontata e trasversale è che l’uomo sia un coglione: non sa come affrontare un’infiammazione gengivale (la fidanzata lo sa benissimo), invoca la mamma quando è costipato (la moglie lo guarda con disprezzo), è utile peraltro a togliere il calcare, pulire il lavandino, eliminare i peli del cane, ecc. Sempre con sguardo ebete. La donna, viceversa, è sempre in carriera e tiene tutto sotto controllo, anche il tempo: tre minuti per truccarsi, dieci per portare i figli (ugualmente ebeti come il padre) a scuola, cinque per guardare la vetrina di scarpe e poi via felice verso la giornata di lavoro, vissuta senza sudore ma con la leggerezza calviniana del terzo millennio. Come dice la femminista e polemista Camilla Paglia nel suo libro ‘Free Women, Free Men: Sex, Gender and Feminism’, il movimento femminista che sosteneva che per liberarsi davvero, anche gli uomini dovessero liberarsi, ha svoltato drammaticamente contro le figure maschili, senza mezzi termini, denigrandole e disprezzandole. Il contributo dell’uomo alla modernizzazione della società, i sacrifici quotidiani, il ruolo fondamentale del padre nell’educazione dei figli, il fatto stesso che il 92% della gente che muore sul lavoro è composto di uomini che fanno lavori pericolosi, tutto è sottaciuto dalle novelle vestali (bianche e borghesi, dedite al pilates e alla politica da salotto), opinion leader che considerano l’uomo solo un caprone stupido e uno stupratore in fieri. Questo non è femminismo, è nevrosi, isteria – Camilla Paglia conclude. Io non commento, lasciatemi sgrassare con lo spray le piastrelle di cucina.

9 Maggio 2017 – Le capre in leasing

Non so voi, ma io ho preso due capre in leasing. Quando i segnali convergono e i pianeti si allineano, quando le antenne vibrano d’allarme continuo, allora si tende a ritornare alle certezze dell’infanzia. E dopo la guerra, una capra era un regalo meditato e prezioso per un nascituro. La capra si arrangia, mangia quel che trova, e allo stesso tempo è fedele, intelligente, attenta. Assicura ogni giorno il latte (peraltro molto buono), con cui si può sopravvivere nei tempi difficili, quelli in agguato. Un orticello e quattro galline aiutano, certo, e a queste ultime ho già destinato il piccolissimo rettangolo di prato all’inglese che, sognavo, avrebbe accompagnato come uno status symbol la mia vecchiaia in Barbagia. Ho lavorato una vita all’estero, ma infine ho ristrutturato lo stazzo di mio nonno e pulito ventidue metri quadri di orto e quaranta di giardino: il mio buen retiro. Ma quando verrà la madre di tutte le patrimoniali (in autunno) e poi l’attacco alle pensioni e il taglio del welfare (nella primavera seguente), occorrerà tornare a Su Connottu, me lo sento. Che non è lo stato pre-Editto delle Chiudende, e neanche la giusta, consequenziale ribellione (non ne siamo più capaci, e Paskedda Zau è nel frattempo emigrata), ma la nostra ancestrale vocazione di pastori, il nostro profondo sapere. Quando l’Europa si sfilaccerà e l’Italia imploderà come la Grecia, allora solamente su connottu ci potrà salvare. Siamo 1,5 milioni di persone appena, consoliamoci, e se rinunceremo a tutto il superfluo (deodoranti, biscotti integrali, ammorbidenti, filtri nasali, coop e sky inclusi – sto guardando la pubblicità in TV, scusate) e riconfigureremo la nostra vita in accordo ai bisogni primitivi di Maslow, bene, proprio noi sardi potremo sopravvivere – cosa mangeranno, infatti, a Milano, asfalto? Dall’arte della pastorizia noi riprenderemo pian piano il nostro cammino storico, brutalmente interrotto dagli invasori.

Ho calcolato dunque due capre, per sicurezza, le ho scelte e ho pagato le prime rate. Ho raccolto ricerche su proprietà e benefici del loro latte, manuali di uso e manutenzione, articoli sull’abigeato e sui metodi di difesa, compresa l’attivazione di un cerchio di amici cointeressati. Perché, come dice chi s’intende di finanza, è meglio agire sei mesi prima che un minuto dopo.

22 Maggio 2017 – Avremo bisogno del Forza Paris

Judith Butler non è tra le mie letture preferite. La filosofa americana, oggi insegnante all’Università di Berkeley, si è dedicata nel tempo a discutere il concetto di ‘genere’, superandone i confini sull’altare della famosa teoria della ‘performatività di genere’, uno dei manifesti del femminismo. Il suo ultimo libro però, L’alleanza dei Corpi, segna un drastico cambiamento nelle riflessioni della Butler, e affronta il tema delle azioni plurali, contrapposte a quelle singole, in un intelligente saggio di filosofia politica e sociale. Il tutto parte dalla constatazione che le crisi e la precarietà stanno profondamente minando la fiducia nelle istituzioni democratiche. I migliori scenaristi mondiali avevano già previsto il fenomeno in tempi non sospetti, ma Judith Butler lo lega alla constatazione che le leggi non portano felicità, cancellando d’un colpo l’utopia degli illuministi (vigente ancora oggi in alcuni strati politici), secondo cui per fare un popolo serve solamente un buon sistema legislativo. Invece, sempre meno persone sono disposte a credere oggi che un qualsiasi parlamento sia capace di dominare la complessità del mondo e assicurare la felicità dei cittadini: emergono prepotenti l’anelito verso la responsabilità soggettiva e l’importanza della buona gestione. Tuttavia, la parte più interessante del libro è la riflessione che la Butler propone al problema della rappresentatività di un popolo debole, povero, precario, verso un’istituzione sfiduciata ma ancora nella posizione di far male. La soluzione analizzata è la riappropriazione dello spazio pubblico con “alleanze di corpi”, con azioni plurali come forma di protesta fisica, visibile, altamente mediatica. Essendo noi eredi d’infinite contestazioni studentesche, sindacali e politiche, il suggerimento può apparirci banale, scontato. Eppure, a pensarci, la nuova esigenza di legittimazione non può ridursi a un’espressione personale, così come ormai nei social, ma deve rimettere in relazione un individuo con gli altri. Cadute le ideologie, la “vita felice” cui aspiriamo è quella di una comunità che non può esistere solo on-line. La politica deve ridiventare corpi che appaiono e interagiscono, azioni plurali, e dunque, ecco, spirito comunitario. Il nostro individualismo di sardi e la nostra limitata comunicazione sono un pesante vincolo, ma quando la voce del singolo (debole, povero, precario) si dimostrerà infine inutile, mortificante, ricordiamoci dell’alleanza dei corpi, del forza paris – ne avremo bisogno.

9 Giugno 2017 – L’incapacita’ di aprirsi agli altri

Ero stato da una maga, a Hong Kong, una cinese cieca che, confesso, mi era parsa subito furba e antipatica. In un vicolo in forte pendenza, dalle parti di Central. Forse perché non mi vedeva, la sensitiva mi era risultata scostante, banale. Avevo tentato di dire qualcosa e mi aveva zittito, seccamente: non voleva sentirmi. Aveva iniziato a mischiare e manipolare polveri in una specie di piccolo braciere, come frugasse nella cenere per cercare un oggetto. E qualcosa aveva trovato, perché d’un tratto si era fermata, era rimasta in silenzio e poi mi aveva chiesto: “Ma cosa doni tu?” Mi ero fatto ripetere la domanda, non capivo. Allora si era seduta e, sempre con la testa rivolta al braciere, mi aveva spiegato che voleva sapere cosa donassi, nella mia vita di allora, perché lei aveva trovato il vuoto. Già, cosa donavo? Ho provato a rispondere genericamente circa l’amore per i miei cari, ma lei ha sbuffato scocciata e una nuvola di polvere si è sollevata verso me. “Torna un’altra volta,” mi ha detto, “non posso interagire col nulla.” Man mano che discendevo il vicolo, la mia rabbia svaniva. Al solito, l’Asia mi stupiva: passo dopo passo avevo capito cosa la cieca volesse dire. Nei giorni seguenti avevo cercato tra le decine di associazioni di volontariato, per iniziare infine a occuparmi di ragazzi drogati. La storia, molto personale, non è qui, e non voglio neanche scimmiottare gli indovini di Tiziano Terzani (indovini limitati, immagino, incapaci di aprirgli gli occhi sui genocidi compiuti nel Sud-Est asiatico). La storia è che non possiamo comunicare e non possiamo dar senso alla nostra vita senza donare ogni giorno qualcosa, sia pure un piccolo tot di noi. E questo l’ho avvertito chiaro in Sardegna, ultimamente. La crisi sta mordendo ogni giorno di più, eppure si avvertono un arroccamento e una chiusura verso il prossimo che spaventano, come se ci si volesse difendere dal destino, ancora una volta nella storia, scannandosi l’un l’altro. Le posizioni sono diventate più rigide, la dialettica molto difficile. C’è un senso brutto di attesa, ma si è incapaci di donare, di aprirsi all’esterno, di abbracciarsi. Porto con me questa impressione non felice, di polveri e vuoto.

21 Giugno 2017 – Ma la Sardegna e’ una madre forte

Dal 486 al 496, pochi anni dopo la Caduta dell’Impero Romano d’Occidente, Clodoveo unisce la Gallia, aderisce alla religione cattolica (“Francia primogenita della Chiesa”) e dà inizio all’epoca dei Merovingi. Crea insomma una nazione. I francesi avranno più di 1300 anni per riconoscersi nella Francia, tredici secoli prima che un raggruppamento di popolazioni diverse apprenda da un giorno all’altro, nel 1861, di far parte di un qualcosa chiamato Italia. Noi abbiamo avuto solo 150 anni per conoscerci e riconoscerci. L’unità d’Italia, inoltre, non è un’esigenza storica o popolare ma economica, essendo i Savoia in dissesto, e frutto di elaborazioni d’ambito massonico (Mazzini, Cavour) e delle azioni militari di un condottiero ingenuo e vanitoso, Garibaldi, anche lui massone. Un esperimento di laboratorio, dunque, l’Italia, portato avanti con una spietata guerra civile e massacri inauditi – Garibaldi se ne rese conto già due giorni dopo l’incontro di Teano e denunciò poi la guerra civile in Parlamento, invano. Dopo appena un secolo e mezzo d’Italia, un niente di fronte alla storia o solo alla cugina Francia, Ernesto Galli della Loggia pubblica il suo ultimo libro “Il Tramonto di una Nazione” e inizia scrivendo di essere nato italiano e chiedendosi se morirà tale. “Mi sembra che siano molti gli italiani che sentono ogni giorno crescere dentro di sé una sensazione sempre maggiore di spaesamento e alla fine quasi di estraneità; che vedono ogni giorno scomparire luoghi e figure, principi e istituzioni, e insieme le appartenenze ideali perdere senso e spegnersi.” Estraneità? Certo, come posso io non sentirmi estraneo a una nazione raccogliticcia che colonizza la mia da centinaia d’anni? Spaesamento? Nessuno, vi assicuro, perché son nato sardo e so riconoscere perfettamente la mia terra, i miei geni, la mia origine. Altre appartenenze? Non ho mai creduto alle ideologie o al pensiero dominante, mi scuso.

Galli della Loggia si sorprende del tramonto dell’Italia, della mancanza di coraggio, delle richieste a un padrone straniero, della sovranità ceduta. Non vuole provocare, è che a lui manca una madre forte come la Sardegna, e non capisce. Io invece mi auguro che noi si torni a essere un’isola lontana da questa balorda Italia, una zattera affidata a noi stessi, un bel luogo dove morire da sardi.

5 Luglio 2017 – Un virus ammorba la letteratura

“Se allo scrittore fosse proibito creare personaggi con attributi non posseduti dall’autore stesso (ad esempio in termini di genere, etnicità, orientamento politico e sessale, ecc.), la fiction, in altre parole il romanzo di fantasia, sarebbe impossibile – ogni storia sarebbe infarcita solo da cloni dello scrittore,” dice Hari Kunzru, lo scrittore e saggista inglese. E continua provocatoriamente: “Poiché sconfinare e immergersi nell’altrui essenza è il fondamento del lavoro del romanziere e la sua ragion d’essere, come potremmo limitare noi stessi, in qualche modo, per forzare i nostri personaggi? L’ingiunzione di tenersi discosti da qualsiasi ‘appropriazione culturale’ assomiglia a una richiesta di censura, oppure a un preavviso di autocensura, dunque una rottura della libertà creativa della quale tante persone si professano, sorprendentemente, difensori.”

Beh, non poteva che arrivare dalla civile Inghilterra, e per di più da un insospettabile figlio di un immigrato, una riflessione profonda del ‘politically correct’ e dei suoi limiti. Purtroppo, in un’epoca in cui il pensiero dominante assume lo spessore di un sudario, assolvendone in toto il compito, lo scrivere fiction su un personaggio scomodo, malefico o perfino disgustoso, perché no?, assume (per quelle persone che si professano difensori della libertà creativa) un valore di offesa, di rottura delle regole. Occorre scrivere romanzi corretti; occorre scrivere romanzi femministi, per esempio, in cui il vittorioso personaggio principale è una dura e pugnace donna (se ci riuscite, siete già a metà dell’opera e il successo letterario è lì in vista – trattasi per forza di letteratura); occorre evitare di inventare personaggi alla Houellebecq, per carità, a meno che non scivoliate sulla saggistica per biasimarli e condannarli; occorre che la storia sia democratica e liberale, altrimenti vi condannate al ludibrio, siate voi stessi democratici e liberali. La letteratura, con i suoi caratteri di libertà e di rivoluzione, è riconosciuta come tale solo quando è strumento del pensiero dominante, quando la fiction è asservita e la creatività guidata e costretta. Per questo in Italia l’omogeneizzazione è così diffusa che è come bevessimo sempre lo stesso vino neutro. “Quando la politica entra nello spirito della scrittura e lo corrompe, allora avviene qualcosa di terribile,” dice in un bell’articolo Natalino Piras. Peccato che il virus si sia già diffuso, da decenni.

15 Luglio 2017 – Nivola e l’utopia di un sardo coraggioso

Forse è il caldo fuori, ma riesco a immergermi nel museo Nivola di Orani in perfetta osmosi, assorbendo le parole prima e poi le opere di Costantino Nivola. La vibrazione metafisica dell’edificio, sotto il sole, aiuta il distacco dal presente. Osserviamolo, Costantino, così moderno, nella faccia, nelle sue frasi meditate, nei suoi racconti, da sembrare quasi un miraggio – mai direi che è nato nel 1911. E’ il sardo coraggioso e umile come chi è nato umile e si è fatto da sé, solido, capace di affrontare il mondo senza complessi o sponde politiche, ma immedesimandosi, comprendendo, trovando linfa nuova nelle diverse vite affrontate e vinte. E’ il barbaricino che non si piange addosso, che costruisce continuando a credere in una società unita, coesa e solidale (l’utopia che ci portiamo nel cuore, l’unica cosa che i piemontesi e poi le ideologie non son riusciti a strapparci e cancellare), che si confronta con le diverse scuole artistiche nel mondo – e con i personaggi più intelligenti e influenti dell’epoca – in un meraviglioso innesco ed esplosione di pensiero. Nivola è il sardo che viaggia, che parla inglese, che crea un giardino fecondo a Long Island, eppure non mette mai in discussione le sue radici e ritorna in Sardegna con progetti, idee e l’energia dei materiali e dei colori. Nel 1953 vuole collegare tutte le case di Orani per mezzo di pergole (Pergola village), sviluppando i temi della comunità, della partecipazione e condivisione, e anticipando quella sensibilità alla conservazione, alla natura e al bello che ancora ci manca. Nel 1963, in onore di Sebastiano Satta, progetta una piazza a Nuoro, non un monumento, e usa l’intero spazio, dalle panchine ai muri imbiancati, alle rocce, come un grembo cittadino da condividere, verso cui convogliare persone ed eventi. Il sentimento sarà frainteso, ovvio, dai politici di basso rango e il suo plastico granito utilizzato come messaggio-ariete per cancellare tutti i monumenti che sostanziano una comunità: il Comune stesso, i selciati nelle strade, il carcere, i giardini, il mercato… Nivola è una storia ancora da raccontare, la nostra: l’apertura al mondo, la ricerca e la creatività trionfante, la magia; e dopo di lui l’attuale pochezza, il grigio di una pseudo cultura solo autoreferenziale.

30 Luglio 2017 – La Sardegna si apra al mondo

Prima che gli americani ritirassero i motori inferenziali improvvidamente venduti dall’IBM in Italia negli anni 90 (fosse mai che gli italiani, usandoli, diventassero d’un tratto intelligenti!), era relativamente facile giocare con le reti neurali e simulare il comportamento del cervello umano. Io usavo questi strumenti per fini commerciali, per rendere più precise le previsioni di vendita di filati multicolori, ma ero ugualmente sospetto. Perché la prima lezione che s’impara dalle reti neurali – e l’assunto di base del loro funzionamento – è che il cervello umano è un muscolo pigrissimo e molto prevedibile, così com’è pigro, indolente e riottoso tutto il nostro corpo in mancanza di esercizio o di droghe, siano pur esse naturali come le endorfine, l’amore, le motivazioni, ecc.

Il cervello tende a ripetere gli stessi percorsi senza cercare altre combinazioni, scavando alvei sempre più profondi, dimenticando i miliardi di opzioni possibili tra i miliardi di neuroni. Anzi, quanto più si sente tranquillo, non sollecitato, tanto più il cervello diventa sordo, chiuso e scostante. Ecco perché esistono quelle che Ronald Laing, psichiatra e filosofo scozzese, chiama “relazioni marce” (di due persone che si detestano eppure non riescono a vivere separate), o perché si acuiscono nel tempo ossessioni e traumi.

Solamente forti sollecitazioni ci portano a utilizzare meglio le straordinarie possibilità del cervello: il contatto vivo con culture e lingue diverse, la ricerca approfondita e continua, l’abitudine ai paradossi, alla fuga intellettuale e al pensiero laterale, l’analisi di problemi complessi, la gestione di processi multidimensionali, così come pure eventi quali un forzato trasloco, un matrimonio inaspettato, un viaggio impattante, ecc.

Diventa dunque chiaro quanto ‘la provincia’ (quale insieme chiuso, statico, ripetitivo) rappresenti un rischio per il nostro cervello. Senza confondere pigrizia con sensibilità – altrimenti non si spiegherebbe il fenomeno Leopardi, ad esempio – è altresì facile comprendere come inimicizie, faide, stereotipi, complessi familiari, chiusure culturali, sudditanze, invidie, ecc., siano allo stesso tempo nutrimento e risultato di un sistema neurale limitato, spesso cristallizzato da una ‘vita provinciale’.

Per noi isolani, dunque, l’apertura e il confronto con il mondo esterno si dimostrano vitali strumenti di crescita, prerequisiti di forza, libertà e indipendenza, un investimento cardine per il nostro futuro. I medioevalisti portatori di malintesa sardità rimangano pure ancorati alle loro relazioni marce.

4 Agosto 2017 – Quando il sardi erano ‘giganti’ e colonizzavano il Mediterraneo

Un brivido antico, pari a quello che ci afferrava leggendo di Achille ed Ettore, di Aiace Telamonio e di Ulisse, un richiamo scatenante e un refolo di dimenticata libertà hanno attraversato la sala quando il professor Massimo Pittau ha raccontato che i Tirreni di Sardegna, i famosi Costruttori di Torri, i dominatori delle tecnologie di allora, i sardi insomma, avevano addirittura organizzato – nel 650 avanti Cristo – una spedizione per conquistare Madeira, l’isola dell’Atlantico.

Dall’alto dei suoi splendidi novantasei anni, forte di una memoria prodigiosa e di uno spirito tagliente e mai piegato, il professor Pittau ha illustrato con vigore le sue ultime scoperte storiche, raccolte nel libro L’Espansione Coloniale dei Sardi Nuragici, presentato al Monte Ortobene di Nuoro il 22 Luglio scorso presso il ristorante F.lli Sacchi.

L’evento è stato organizzato dalla nuova associazione culturale I Custodi del Monte formata da residenti e operatori dell’Ortobene. Il giornalista Antonio Rojch, che ha curato la prefazione del libro, ha moderato l’interessante dibattito. Gli intermezzi musicali sono stati pezzi di bravura del Tenore e del Coro Grazia Deledda.

“Le parole parlano,” ripete il professor Pittau riannodando i fili della sua ricostruzione storica. E pian piano la verità viene alla luce. Non quella forzata dalle ideologie al potere, che volevano trionfante un’idea di Italia tout court (l’Istituzione difende sempre se stessa, per definizione) e marginali le civilizzazioni che proprio l’unità d’Italia ha contribuito a nascondere; non quella di raggruppamenti di sardi selvaggi, isolati e occupati a difendersi in rozzi nuraghi-fortezze, prede di popolazioni più civilizzate; non della razza delinquente di niceforiana memoria, con i teschi deformati e scimmieschi, chiusa in riti e vendette.

Invece, ecco la verità dei Giganti di Monte Prama (non per caso tenuta per trenta anni accuratamente nascosta in uno scantinato) e che ancora oggi tarda a imporsi per “mancanza di mezzi” quando in un qualsiasi paese normale darebbe da mangiare a decine di migliaia di persone; la verità della coltivazione della vite e del melone migliaia d’anni prima di Cristo – eppure era facile dedurre che per edificare quasi diecimila nuraghi le popolazioni locali avessero bisogno di nutrimento nobile, non di erbe o bacche. Il nutrimento base degli egiziani era la birra; dei sardi probabilmente il vino, non quello di adesso, ovvio, ma mischiato con frutta e sostanze proteiche.

Pian piano questi sardi preistorici si rivelano per quelli che effettivamente erano: giganti capaci di costruire torri incredibili in numero, precisione, altezza e bellezza, non abitative o fortezze, ma “edifici pubblici cerimoniali, entro e attorno ai quali si svolgevano tutte le funzioni principali che scandivano la vita comunitaria: cerimonie e riti della nascita, della pubertà, dei matrimoni, dell’incubazione, del vaticinio, la stipulazione di contratti e di patti, i rimedi contro le calamità e le malattie, cerimonie di morte.” Giganti che padroneggiano tecnologie raffinate come la fusione a cera persa e la produzione e forgiatura del bronzo. Le loro armi, gli strumenti di lavoro e i bronzetti sono sofisticati, ricercati, all’avanguardia.

Il professor Pittau riscrive finalmente la storia e descrive i Sardi Nuragici (che lui chiama Sardiani, “provenienti dalla Lidia, nell’Asia Minore, dalla cui capitale Sard(e)is avevano derivato il loro nome”) come un popolo non certo atteggiato a difesa, isolato, ma invece di grande personalità storica, forza e intelligenza. Sono essi i Tirreni (Costruttori di Torri) che invadono la Corsica meridionale lasciando innumerevoli tracce, e dalla Corsica sbarcano in Etruria e in particolare nella città etrusca di Populonia (Piombino). Poi invadono le Baleari, le isole “tirreniche” – 195 talayot (sottospecie di nuraghi) nella sola Minorca testimoniano l’impronta sarda –, la penisola iberica e la Gallia Narbonese, risalendo la strada dell’ambra e soprattutto dello stagno (componente fondamentale del bronzo). Di tutto ciò, il professor Pittau porta prove documentali e considerazioni illuminanti. La sua memoria, come detto, è impressionante e la sua cultura vivissima, pronta a cogliere connessioni e discrepanze storiche.

E ancora: questi giganti che riemergono dalla terra a dispetto dei santi (politici), questi arcieri, soldati e pugili che indossano strani braccialetti avveniristici e sembrano avere auricolari come le attuali guardie del corpo, questi imponenti eroi così plastici, muscolari, dritti come fusi, ben diversi dallo stereotipo del sardignolo tramandatoci dai piemontesi, non si fermano ai dintorni della Sardegna, ma navigano, commerciano e pirateggiano – certo, navigare allora significava anche pirateggiare, come da lunga tradizione marinara – verso occidente oltre le Colonne d’Ercole e verso oriente sino alla Turchia e la costa africana. Il professor Pittau spiega che i nostri progenitori sono presenti a raggera in Numidia, a Lipari e nelle isole Eolie, nell’Egeo, in Egitto. “Nel 1191 avanti Cristo,” dice Pittau, “i Sardiniani mercenari del faraone Ramesses III combattono contro i Filistei della Palestina.”

Consiglio caldamente la lettura de L’Espansione Coloniale dei Sardi Nuragici: ogni capitolo è una sorpresa, uno scrigno di notizie e spiegazioni, un collegamento con tante nozioni apprese e mai sufficientemente chiarite. Anche il Quadro Cronologico da solo meriterebbe l’acquisto del libro, essendo un compendio di grande valore aggiunto. Mi piace concludere l’analisi con una frase del professor Pittau, una frase che delinea la Sardegna che tutti noi oggi vorremmo: “La Sardegna era allora un’isola frequentatissima e pertanto capace di ricevere tutti i risultati positivi del progresso civile e culturale dei popoli circostanti, e insieme di diffondere quelli suoi agli altri.”

6 Agosto 2017 – Turismo a Nuoro – e perche’ no?

Su Videolina, edizione delle ore tredici del 30 Luglio, ascolto amareggiato il servizio “A Nuoro il turismo non decolla” di Graziano Canu. Il giornalista, con immagini e interviste, evidenzia come manchino piani, organizzazione, pubblicità ed eventi per favorire lo sviluppo turistico della città. A quindici giorni dalla festa del Redentore, si lamenta ad esempio Mirella Spissu, titolare dell’Hotel Grillo, non esiste ancora il programma, né l’adeguata comunicazione delle celebrazioni. La dichiarazione finale di Marcello Seddone, assessore al Turismo, Attività Produttive, Commercio e Spettacolo, mi colpisce come un pugno. Seddone dice: “Nuoro da sola non può essere una città turistica. Bisogna parlare di territorio turistico. Dobbiamo continuare nel lavoro di rete e destagionalizzazione. Siamo partiti da zero.” Queste affermazioni mi appaiono di gravità giustificabile solo con una limitata esperienza. L’asserzione “Nuoro da sola non può essere una città turistica” induce a pensare che Seddone non sia riuscito, infatti, a portare a sintesi le problematiche del turismo culturale. Non basta, infatti, il numero di musei che, in rapporto agli abitanti, è il più alto d’Italia. Non basta un premio Nobel per la letteratura, la Deledda, unica donna in Italia; un addensamento di meravigliosi scrittori, del passato e del presente, che non ha uguale in nessun’altra città; scultori, pittori e artisti che, presi uno per uno, farebbero la felicità di qualsiasi comune (ricordiamoci che Galtellì è diventata, meritatamente, un “borgo turistico” partendo da un solo romanzo della Deledda). Non basta che Nuoro ribolla di giovani talenti, di associazioni culturali, di esperimenti interessanti e sia stata ultimamente eletta dall’Amministrazione stessa “Città dei Cori”.

Tutto questo sembra non aver valore. “Siamo partiti da zero,” asserisce mestamente Seddone. Ciò mentre il sindaco e l’assessore alla cultura sono impegnati a dimostrare che Nuoro può essere, invece, capitale della cultura e, conseguentemente, una città turistico-culturale.

Oppure sbaglio, fraintendo la visione? Non potremo mai essere un polo industriale, stiamo perdendo il terziario, e dobbiamo prendere atto che la città da sola non si regge neanche turisticamente? Faremo cultura nella capitale Nuoro e i turisti andranno a mangiare e a dormire altrove, banalizzo, come già adesso? O continueremo a fare solo cultura autocentrata? Disorientato, ripongo la domanda: perché il turismo non decolla?

15 Agosto 2017 – Il salutismo a ogni costo

Nell’abbacinante pomeriggio della 131, dalle parti di Marrubiu, scorgo davanti a me una bianca vettura tedesca che procede di bolina lottando contro i 43 gradi della pianura infernale. Nonostante sia un modello nuovo che costa oltre sessantamila euro, uno sventagliare di tendine nere trasmette l’idea di una macchina gipsy, smandrappata e tenuta con lo spago. Il mio sorpasso cammellato dura chilometri. La macchina bianca ha tutti e quattro i finestrini abbassati. Le tendine – evidentemente previste dal progettista della berlina solo per l’uso con finestrini chiusi – dovrebbero proteggere dal sole i passeggeri del sedile posteriore. Non è possibile scorgere quelli che immagino essere bambini piccoli, frastornati da un viaggio ventoso stile barone di Munchausen. Guadagno altri metri. Il guidatore è un giovane manager, fidatevi, con occhiali fotocromatici da mille euro, camicia sudata e faccia stravolta dal caldo. Il poveretto è rosso come un demone. Mi guarda con un’espressione di disperazione che accende la mia solidarietà maschile. Sbircio oltre a lui ed eccola, al suo fianco: la riconosco! Il minuto profilo di sfida, il mento volitivo e lo sguardo fisso in avanti non mentono. E’ colei-che-non-sopporta-l’aria-condizionata, colei che si batte per l’insalata di quinoa (le due cose vanno insieme, fidatevi ancora una volta) e il latte di capibara. Niente autan per i bambini, per carità, e solo gocce omeopatiche.

Dio mio, penso con orrore, questo virus sopravvive anche al caldo del Campidano, è una notizia scientifica ferale. Incrocio ancora lo sguardo del guidatore. Appartiene alla specie degli sprovveduti, di coloro che nelle clausole del matrimonio non hanno inserito quella sull’aria condizionata – un ingenuo. I nuovi testi 2017 riportano, infatti: “Io accolgo te come mio sposo. Prometto di esserti fedele, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita. M’impegno a usare l’aria condizionata al lavoro, a casa e in macchina, tenendo i finestrini sigillati soprattutto in agro di Marrubiu e nella depressione di Ottana.”

Non sopporto la vista e mi allontano il più velocemente possibile. E’ come se avessi letto il futuro: un uomo mobbizzato che infine fugge con la prima eskimese; la famiglia spaccata. Chiaritevi le regole prima del fatale passo, penso io bordeggiando verso Paulilatino.

5 Settembre 2017 – E poi arrivano quell di Orgosolo

Poi, dalla curva di via Lamarmora che immette in piazza delle Grazie, ecco, nella sfilata della Festa del Redentore, apparire gli alieni. Dopo i passeggiatori vari, famiglie comprese, che si sono avvicinati in discesa in ordine sparso, alcuni distanziati e persi come dopo Caporetto, alcuni felicissimi di fermarsi a salutare tra il pubblico gli amici, uno con la sigaretta in mano – siamo all’aperto, via –, molti con peculiarità dubbie dell’abito, tutti disordinati e disuniti, arriva infine Orgosolo e immediatamente l’attenzione si risveglia e la gente trattiene il fiato. Il gruppo sfila, non passeggia, con un ordine non casuale ma voluto, con un portamento di eleganza e fierezza che non ha eguali, con un passo che sa di determinazione e orgoglio.

Il costume è meraviglioso per se stesso, con colori e accostamenti che strappano l’anima, di una bellezza antica e modernissima allo stesso tempo, eppure non farebbe da solo la differenza: tanti paesi mostrano costumi stupendi ed eleganti, ricchi o sobri, neri o colorati, classici o sgargianti. No, è l’insieme impeccabile del gruppo che fa venire i brividi, che amplifica ciò che anche da singolo è perfetto. Guardo come le ragazze procedano all’unisono, gomito contro gomito, come tutte guardino avanti con la stessa espressione di distante consapevolezza, come siano allineate le stesse balze delle gonne, il loro dondolare in accordo al movimento. Guardo le altezze: una perfezione. E la posizione degli uomini, la loro camminata a protezione, il loro completare la geometria del gruppo senza essere né invasivi, né marginali: è Orgosolo che sfila!

Ci alziamo tutti in piedi, toccati, perché a noi emigranti questa fierezza e questo orgoglio non scalfibile fanno bagnare gli occhi. Questa è la Sardegna che noi abbiamo nel cuore, per la quale abbiamo lottato fuori di casa e abbiamo sofferto, e Orgosolo la declina semplicemente sfilando, in silenzio, lo sguardo rivolto in avanti senza tentennamenti, trucchi, ruffianerie. Nessun ammiccamento, nessun compromesso. Così si sfila, così ci si mostra e si spiega il nostro orgoglio di essere sardi.

Poi il verde e il nero, il rosso, il bianco e il giallo e le macchie d’azzurro scompaiono verso il Corso, e ci sembra di aver sognato. I passeggiatori si riprendono la festa – una metafora, un’allegoria.

16 Settembre 2017 – Il mostro silente dell’economia

Forse mai esistita compiutamente, la democrazia è sottoposta oggi a un attacco tanto massiccio quanto impalpabile che sta scardinandola senza che ci sia di questo consapevolezza. Giulio Azzolini nel suo saggio ‘Dopo le classi dirigenti: la metamorfosi delle oligarchie nell’età globale’ individua intanto nella finanza un potere assoluto che è nato e si è nutrito all’ombra di regimi democratici dediti ai valori di libertà, eguaglianza e stato di diritto, e che oggi li spolpa e snatura come un cancro (si rileggano in proposito gli scritti di Federico Caffè).

La finanza transazionale, non territorializzata, incombente come una nube, esercita il suo immenso potere in termini dominanti seppur silenti. Valuta la credibilità dei singoli paesi attraverso le agenzie di rating, fissando un inappellabile “giudizio dei mercati”; gestisce e orienta i media; indirizza gli investimenti verso regioni e paesi piuttosto che altri, determinando curve di crescita, decrescita e crisi; sottrae colossali somme di denaro alle tassazioni statali, trasferendole in regioni o sistemi dove vigono speciali e segrete giurisdizioni. Non pensiamo, infatti, solo ai paradisi fiscali, peraltro ormai ben individuati, ma a filoni, o meglio non-spazi costruiti, protetti e incentivati per spostare i capitali attraverso pratiche riservate e molto complicate. La missione del sistema bancario stesso appare sempre più rivolta a sfruttare queste pratiche più lucrose piuttosto che dedicarsi al servizio del mondo economico locale – e non è certo un caso che Warren Buffet abbia da poco acquistato la Bank of America.

In questo modo, le istituzioni pubbliche e gli stati – deboli, ricattabili e spesso ignoranti – vengono via via asserviti a interessi privati i cui beneficiari sono pressoché ignoti così come i flussi e i depositi.

La decisione di Roosevelt, nel 1934, di sospendere la convertibilità del dollaro in oro, poggiando l’accettabilità della moneta sulla solidità economica del paese d’emissione, è stata stravolta e ha generato – nell’attuale epoca di finanza spregiudicata – un mostro di capitale fluttuante composto al 10%, forse, da moneta creata dalla finanza pubblica e al 90% dalla quasi-moneta (bond, derivati, ecc.) originata dalla finanza privata. Quando poi si consideri che le banche ‘pubbliche’, come la Banca d’Italia, sono in realtà private, un brivido di terrore percorre chi come me crede ancora che la salvezza derivi dall’economia.

23 Settembre 2017 – Nuoro capitale della cultura

Sembra che il dossier di candidatura di Nuoro a capitale della cultura sia stato protetto da un cofanetto di granito. Sembra che all’interno si dispieghino contenuti multimediali, musiche, scritti e altro, capaci di convincere i giudici che “a Nuoro c’è più letteratura che a Berlino o a Chicago”, come ha asserito qualcuno che conosce il mondo a menadito. Sembra, dunque, che la nostra non sia più presentata come “la città aperta” ventilata all’inizio da Massimo Mancini, l’Expectation Manager, ma forse “una città della parola” o qualcosa di simile. Forse.

Perché sul dossier, sui contenuti e sullo stesso impianto è calato un voluto silenzio. L’Amministrazione non intende, infatti, svelare l’arcano prima della consacrazione e farci capire quale sarà la Nuoro del futuro, capitale o no della cultura, e quale visione abbia maturato Mancini, chiamato “perché fuori dalle parti e capace di vedere le cose dall’alto” – dichiarazione del vicesindaco Cocco.

Per cui, come tanti chiamati a contribuire, ho partecipato al buio, sviluppando di tasca mia due progetti senza sapere se coerenti con una qualche idea-madre che dovrebbe guidare la creatività ed evitare sprechi e manipolazioni. Non ho avuto nessun ritorno, non so neanche quali attori siano coinvolti e in quale direzione. Si sussurra d’inclusione delle periferie, si dà per scontato che il progetto A Diosa sarà in prima fila. Nient’altro.

Da nuorese mi sento un po’ offeso, posso confessarlo? Nessuna strategia esplicitata ai cittadini, non chiaro il pensiero-base, per non parlare delle sorti della Biblioteca che a mio giudizio dovrebbe essere faro e centro motore della cultura. Aspetteremo dunque, sottomessi, ligi e speranzosi perché alla candidatura crediamo con fede. Nel cuore una domanda: perché ci trattano ancora da sardignoli?

6 Ottobre 2017 – La fame di storia che anima l’isola

Una bellissima foto di Columba Dominguez, famosa attrice messicana del dopoguerra, sorride dalle pagine di Nugoro, eris e oje, un gruppo molto attivo su Facebook. Il costume sardo, i bottoni d’oro e l’essenzialità del bianco e nero amplificano la bellezza della ragazza. Mi colpisce sul social lo scatenarsi di commenti che via via ricostruiscono un episodio che a casa nostra era ben conosciuto. Mio padre, infatti, fu una delle comparse prescelte dal regista Augusto Genina che nel 1950 girò in Sardegna il film L’edera, tratto dal romanzo omonimo di Grazia Deledda. L’attrice messicana interpretava la protagonista Annesa, l’attore principale era Roldano Lupi nei panni di Don Paulu Decherchi, e il cast poteva contare su Franca Marzi, Nino Pavese, Gualtiero Tumiati e altri caratteristi del neorealismo. Mio padre si era dilungato spesso su questa sua prestazione cinematografica di pochi fotogrammi, ma ignoravo che il film fosse stato girato alla periferia di Nuoro, a due passi delle fonti di Sa Bena verso Mughina.

M’interrogo ancora una volta su questa fame di storia e passato, su questa conoscenza diffusa che preme da sotto come acqua che bolle, e mi rispondo che se rimaniamo sardi nonostante le estirpazioni culturali e le violenze subite è proprio grazie a questo spirito comunitario che conserva personaggi, eventi e racconti come un patrimonio familiare.

E la lotta di gusto elitario che tanti portano contro i social mi appare ancora una volta strumentale e pericolosa. In rete c’è di tutto, è vero, ma chiudere le finestre non è la soluzione per non vedere il deterioramento della nostra società nelle sue diverse pieghe. E basta un’immagine, una storia, per ripagare le amarezze: Columba Dominguez sorride ancora a una Nuoro piena di speranze e luce, e c’intenerisce.

20 Ottobre 2017 – Prezzi assurdi, l’export fatica

Per festeggiare la spedizione di tre pallet di prodotti agroalimentari sardi destinati a Hong Kong (un incubo logistico-burocratico durato settimane), decidiamo di meritarci il film Blade Runner e, nell’attesa, un veloce peccato al McDonald, la prima volta per me a Nuoro. Scelgo il Filet-O-Fish Menu che costa circa 7 euro. Avendo pagato lunedì 3,70 euro per un cappuccino e croissant all’aeroporto di Olbia, non faccio inizialmente caso al prezzo, poi rifletto. Non solo sto acquistando un paninetto molle, un pugno di patatine e una birra per 13mila vecchie lire, ma – come verifico subito – il prezzo è più del doppio di quanto avrei pagato a Hong Kong. Non voglio soffermarmi sulla truffa storica del calcolo dell’inflazione italiana dopo il passaggio all’euro, ormai ben compresa da noi tutti, ma sulla follia dei nostri attuali prezzi – il confronto ci uccide. Il Big Mac Index, l’indice di paragone del potere d’acquisto tra le varie monete, inventato nel 1986 dall’Economist e basato provocatoriamente sul prezzo di un panino Big Mac, è ad esempio impietoso. Il prezzo medio di un Big Mac in America è oggi di $5,30 mentre in Cina di $2,92. Questo vuol dire che il potere di acquisto dell’yuan (la moneta cinese) è quasi doppio del dollaro americano o, per converso, che l’yuan è sottovalutato del 45% rispetto al dollaro. Utilizzando l’indice in Italia, il Sole 24 Ore riporta: “Il risultato è sconsolante, il Paese più caro è il nostro.” Noi viviamo in un piccolo mondo del quale l’ingresso nell’Euro ha stravolto i paradigmi di ragionevolezza, e pochi vogliono riconoscerlo. Nel 2000 avremmo pagato 6mila lire (3 euro) per un litro di vino sfuso di cantina sociale? Io ricordo 900 lire. Eppure ci stupiamo che il nostro export non decolli, e che spedire tre pallet sia un miracolo.

Ciriaco Offeddu

ciriacoffeddu.com