Sempre con affetto antico. Ho letto con ritardo il tuo articolo sulla Nuova Sardegna e, se permetti, vorrei commentarlo con te. Devo dire che alla prima lettura l’ho condiviso in toto, sembrandomi molto saggio, e alla seconda, invece, non l’ho capito più – mi succede. C’è qualcosa di trasversale che, pur nei vincoli di spazio concessi a un articolo di giornale, non mi torna e devo quindi seguire il tuo scritto cronologicamente, per arrivare a una mia opinione. Intanto ti ringrazio di aver sollevato il problema (il monte Ortobene è un problema vero, ancora non risolto, che tante persone vivono anche come residenti) e aperto un dibattito proficuo – almeno spero che ci sia un dibattito costruttivo e trasparente, senza permalosità.

Sulla premessa riguardo alla necessità di veri turisti e non visitatori non mi soffermo, ho scritto in merito tante volte, ormai, e fatto anche valutazioni economiche, la condivido appieno. Ho anzi scritto che questa è l’unica strategia che ci rimane perché Nuoro sopravviva, ma non voglio toglierti spazio. Sull’ospitalità diffusa nascono i primi dubbi non riferiti al concetto che esprimi (perfettamente condivisibile; anche questo senza alternative ragionevoli), quanto sulle modalità su cui tornerò poi. Intanto mi faccio domande sul perché a Nuoro, si debba ancora discutere di ciò, nel 2017! Ho girato l’Europa per svariate fiere dormendo in camere private già quaranta anni fa, e, rimanendo in Sardegna, diversi paesi hanno questa possibilità di accoglienza ormai da quindici/venti anni. Il fatto che si debba oggi ‘spingere’ per una soluzione nuorese a dir poco banale mi sconcerta abbastanza, ma sono con te, evidentemente va fatto.

A questo punto dell’articolo fai un salto carpiato e dici che: “Il trasporto degli ospiti al Monte verrebbe garantito dai mezzi dell’Atp già esistenti, mentre i programmi delle visite sui percorsi potrebbero coinvolgere…” e poi ancora: “Con questo disegno, il monte Ortobene non è visto come parco urbano, ma inserito in un compendio territoriale che comprende il Parco del Gennargentu…” Eccetera. Cosa sono portato a immaginare dalle tue parole? 1) che i turisti arrivino a Nuoro in bus, quindi con pacchetti organizzati dai tour operator; 2) che non abbiano la macchina e vengano ospitati a Nuoro; 3) che il Monte risulti una escursione come quelle che già avvengono oggi (i mezzi lasciano i turisti vicino al Redentore, rapida visita, ripartenza – raramente spendono soldi per un cappuccino). Mi chiedo poi cosa significhi “parco urbano”, e perché si senta il bisogno di affermare che “è inutile pensare a nuove opere sull’Ortobene”. Non capisco.

Il Monte non si sa ancora oggi cosa sia perché è sempre mancata una strategia in merito, è vero e lo dici nelle premesse, ma ridurlo a semplice che cosa? (non lo spieghi se non rimandando a un concetto di compendio territoriale), questo non mi trova d’accordo. Al Monte vivono già una ventina di famiglie e diversi operatori economici e turistici. Il Monte è parte di Nuoro prima che componente del compendio territoriale del Gennargentu, del Supramonte di Oliena, ecc. Il Monte non è zona A,B,C, G,F… ZPL o DDT, il Monte è Nuoro!, anzi la migliore e più bella, invitante, spendibile parte di Nuoro, anche per i turisti. Che non si debba pensare a nuove opere sull’Ortobene mi trova fondamentalmente d’accordo, okay, ma investimenti importanti dovrebbero essere pensati per i servizi essenziali (oggi garibaldini), per il ripristino di quanto è deteriorato, cade a pezzi (pubblico e privato), ed è pericoloso (vedi anche il bosco abbandonato), per far vivere il monte tutto l’anno, portare i giovani, creare movimento e vita. Vivere il Monte, carissimo Marco, non toccate e fughe di poche ore. Forse diciamo la stessa cosa, ma se tu pensi al Monte come una specie di vetrina, di parco da visitare e non da vivere, bene, io sono completamente in disaccordo.

Per quanto al discorso sui tour operator, mi sono alzato e sono uscito da una conferenza in cui l’allora assessore Morandi asseriva che si dovesse affidare ai tour operator la spinta del turismo verso l’interno della Sardegna, i vigneti, le cantine, le strade del vino, ecc. A parte che il turismo che ruota attorno ai tour operator è contraddistinto da una rigidità e affidabilità di servizio che noi raggiungeremo in diversi anni – forse – partendo da oggi, il vero problema è che il turista che va a visitare le zone interne (o la Napa Valley o i vigneti australiani o francesi) è antropologicamente diverso dal turista da tour operator. Quest’ultimo si muove, generalmente in gruppo, seguendo un programma; il primo non vuole essere legato a un piano fisso, a orari stretti. Vuole andare in giro e vedere e gustare con calma, soffermarsi, decidere. Se a Mamoiada si trova bene, per esempio, decide di stare una notte in più, e viceversa. A mia esperienza, direi che a Nuoro, sui 100mila turisti annuali necessari per risollevare la nostra economia, solo un venti/trenta per cento potranno essere turisti da tour operator. Intercettare gli altri è la vera sfida (ma abbiamo tutte le ricchezze per riuscirci, compreso il monte Ortobene).

Che Nuoro possa e debba essere la porta di un sistema, come dici tu, mi sta bene, a patto di non canalizzare su Nuoro altri investimenti infrastrutturali. Scusa la grande diffidenza e la franchezza, ma se la frase “è inutile pensare a nuove opere sull’Ortobene” vuol dire che invece è utile pensare a nuove opere a Nuoro, beh, allora arrivo a scaldarmi. Nuoro è piena d’importanti volumetrie non utilizzate (ne ho contato più di quindici), d’incompiute incredibili, di mostri edilizi ed errori di progettazione (ingegneri e architetti vari hanno spaziato con i risultati che vediamo), errori che sono ricaduti sulle spalle della popolazione e hanno contribuito alla grigia bruttezza della nostra città.

C’è qualcosa in fieri ancora non esplicitato, qualche altro progetto-monstre in pancia?

Infine, dopo la seconda rilettura, ecco quel qualcosa di trasversale nell’articolo, il sentore ideologico che permea il tutto, che io discuto. Tu ragioni ancora in termini di sistemi, di leggi, d’istituzioni. I compiti sono sempre di qualche istituzione deresponsabilizzata, quello che risolve le cose è una legge, una certificazione, un bollino, un parco, un consorzio. Questo coacervo è centrale nelle tue analisi e nelle tue proposte. Non appare mai l’uomo, la dura opera della gestione, la responsabilità soggettiva, la competenza. Mentre ormai è accertato che le leggi non portano la felicità (ovvero la sfiducia nei risultati delle istituzioni ha toccato il fondo). Gli illuministi come Diderot asserivano che per fare un popolo virtuoso bastasse solo un sistema di buone leggi. Claude Adrien Helvétius pensava che il male stesso potesse essere estirpato da sagge legislazioni. Quest’utopia grava ancora su alcuni strati politici, e ancora oggi sembra che disegnare un buon sistema basti a compensare incompetenza, lassismo e corruzione.

Nuoro, dopo decine d’anni di sistema, ha bisogno di una metodologia nuova, di competenza, di movimenti dal basso, di responsabilità precise. Lasciare tutto alle istituzioni ed elemosinarne i mandati, le decisioni e i tempi, significa perpetrare l’andazzo che ha ridotto la rostra citta’ allo stato attuale, senza speranza.

Ti abbraccio.

Ciriaco Offeddu

ciriacoffeddu.com